Rossetto scandaloso

scritto da Autore anonimo
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Testo: Rossetto scandaloso
di Autore anonimo

                                                                              Rossetto scandaloso



Fine anni cinquanta.

Erano anni in cui la spiaggia di Jesolo-Tre Porti-Cavallino era ancora una selvaggia successione di dune di sabbia, che proteggevano rare e isolate case di contadini e pescatori dalla furia del mare d'inverno. Era un mare con una pericolosa esuberanza che aggrrediva il litorale senza che baffi di pietra ne spezzassero la furia. Quando ritornava a più miti consigli, per farsi perdonare Poseidone regalava piccole pozze di acqua salata dove granchi, gamberetti e pasciolini restavano intrappolati per la gioia dei bambini, che, armati di retino e secchiello, tornavano a casa orgogliosi del loro bottino.

Inizio anni sessanta.

Verso la fine di giugno e fino a settembre, quelle lande semidesertiche conobbero le prime avvisaglie devastanti del futuro turismo di massa. Nulla fu più come prima.

A casa dei miei genitori, il benessere prese la forma di una Fiat Topolino, l'automobile ideale per andare a caccia. Mio padre si sedeva alla guida, lo zio Luciano al suo fianco e, dietro, i preziosissimi cani. Gli amici di caccia li precedevano in bicicletta; una volta raggiunti trovavano un aiuto aggrappandosi ai finestrini.

In primavera, terminata la stagione venatoria, la Topolino veniva gentilmente messa a disposizione della famiglia per le gite domenicali e, soprattutto, per il gran trasloco delle ferie estive.

Lo zio veniva sostituito da mia mamma e il posto dei cani diventava il mio regno, dove giocherellavo con la fionda o con qualche automobilina. Chi conosce la Topolino sa della rientranza destinata alle valigie: io la trasformavo in una capanna dove rifugiarmi nelle mie fantasticherie.

Tempo di ferie.

Ero un bambino malaticcio, preda di tutte le malattie infantili più in voga. Estrazione delle tonsille e tanto mare: questa era la cura. Dimenticate l'immagine di un resort, di un campeggio o di una stanza d'albergo. Allora pochissime famiglie conoscevano la parola ferie; al massimo si concedevano una pausa la domenica. Il boom economico era dietro l'angolo, ma era ancora ben nascosto e, per stanarlo, non pochi lavoravano anche la domenica pomeriggio, sistemando l'orto o imbiancando una parete della futura villetta dei loro sogni.

Anche i contadini del Cavallino avevano trovato un nuovo passatempo: trasformare il pollaio, il granaio o il ripostiglio degli attrezzi in stanze da affittare a un nuovo genere di alieni: i turisti. Esseri glabri incredibilmente disposti a pagare per vivere proprio in quei luoghi dai quali essi cercavano disperatamente di fuggire.

Agli inizi di luglio, mio padre, mio zio e gli altri compagni di caccia trasferivano le famiglie in quelle lande semidesertiche, per poi ritornare a lavorare. Mentre il mare era un miraggio distante più di un chilometro, noi vivevamo circondati da orti resi generosi da fertilizzanti e antiparassitari; si beveva latte appena munto e ci si nutriva con animali da cortile ipernutriti dai primi modernissimi mangimi.

Incredibilmente tutti pensavano che fosse una sana vita a contatto con la natura. Sul fatto che fosse sana nutro forti dubbi, ma indubbiamente era a contatto con una natura selvaggia e indomita: le zanzare.

Non qualche zanzara, ma nuvole di milioni di zanzare affamate e puntuali. Certo, puntuali, perché non pungevano durante il giorno come oggi sono solite fare le loro infide cugine orientali, bensì tra le sette e le otto di sera, dandoci la possibilità di controattaccare con dosi letali di DDT. Letali soprattutto per noi umani; certo non per loro, che la sera successiva si presentavano di nuovo, puntuali, a ranghi serrati e pronte alla sfida.

Alla sera, dopo cena, mentre gli adulti cercavano di recuperare energie dopo un'estenuante giornata sotto il sole, noi ragazzini giocavamo a nascondino o a scappa che ti prendo.

Il mio mito era mio cugino Rinetto, nella corsa un fulmine imprendibile. A nascondino non c'era verso di scoprirlo in tempo: riusciva sempre a liberarsi raggiungendo per primo la "tana". Anche a scappa che ti prendo non perdonava. Quanto l'ho ammirato!

Affrontiamo ora il dramma di cui voglio farvi partecipi.

Estate del millenovecentosessantadue, un anno importante, perché l'Italia era entrata nell'era della televisione e del boom economico, mentre la Chiesa inseguiva, con il Concilio Vaticano II, le nuove spiritualità attratte dal frigorifero e dimentiche dell'inferno: anime corrotte dal benessere, più interessate alla conservazione del cibo che alla salvezza dell'anima.

Il gruppo, ignaro di tutto ciò, fino ad allora si era presentato, anno dopo anno, come un insieme omogeneo di ragazzini disposto a litigare per il possesso di una biglia.

Nel 1962 le bambine, diventate improvvisamente delle ragazzine, iniziarono a distinguere, a separare, a creare un vuoto incolmabile tra maschi e femmine. Che ci fosse qualcosa di poco chiaro lo avevamo vagamente intuito: loro indossavano un costume da bagno più grande. In ogni caso eravamo troppo impegnati a giocare per prestare attenzione a particolari così insignificanti.

Le "ragazze", non più bambine, una volta fatto il salto di categoria, misero in discussione il nostro mondo ordinato di maschietti ritardati, dando il via a una competizione che non avrebbe partorito nulla di buono, tranne nuovi concorrenti per la conservazione della specie.

Le "perfide" divisero il gruppo in due, maschi da una parte e femmine dall'altra, e innalzarono un invalicabile muro della vergogna per arginare le aspirazioni nostalgiche di chi avesse voluto proporre un ritorno al passato. Il tutto avvenne improvvisamente, senza che noi maschietti ce ne rendessimo conto; anzi, senza che il sottoscritto se ne rendesse conto.

Sicuramente ero tra i ribelli, ma, colpevolmente, tacqui. Giocare a calcetto fino a sessant'anni o accanirmi a Risiko fino all'alba sono stati il mio omaggio postumo alla tanto rimpianta Età dell'Oro della mia infanzia.

Le perfide, in una calda sera d'estate, una volta diviso il gruppo in due, maschi da una parte e femmine dall'altra, imposero una scandalosa variante al nostro gioco scappa che ti prendo, che divenne se ti prendo, ti bacio. Come se tutto questo non fosse abbastanza imbarazzante da sopportare, le sciagurate si erano dipinte le labbra con il rossetto delle mamme.

Una cosa inaudita, e ancora più incredibile, fu che la proposta venne accettata con entusiasmo da alcuni maschi depravati e inconsapevoli del destino che si stavano costruendo. Da quel momento le ragazze, considerate fino ad allora una zavorra in tutti i giochi di velocità e una seconda scelta per le partite di calcio, si dimostrarono abilissime cacciatrici in branco e i ragazzi divennero colpevolmente arrendevoli.

Problemi loro. Da parte mia, col cavolo che mi lasciai marchiare!

Rossetto scandaloso testo di Autore anonimo
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